
IL SACRIFICIUM COME CATARSI
L’ARTE DI ANIELLO SCOTTO
di Gerardo Pecci
Il velo che sembra avvolgere l’atmosfera sospesa dello spazio cromatico nella pittura di Aniello Scotto è un velo che non copre, ma racchiude delicatamente le cose e i corpi umani. E’ un velo fragile che può scoprire e mettere in rilievo la nudità esistenziale di corpi che si danno, che si offrono alla nostra vita, ai nostri sensi, alla nostra vista, alla nostra coscienza in una sorta di catartico "sacrificium" che non è morte, non è sessualità repressa, non è eros nel senso tradizionale, ma è vita, vera e palpitante, che si manifesta e grida il proprio diritto ad esistere. Non è evocazione di una dimensione perduta di un lontano passato (o prossimo?) quanto la riproposizione umana di una riflessione nel presente che già contiene e ingloba il passato, ma che resta saldamente e icasticamente ancorata nel presente, con forme e ombre e luminosità che ben riflettono questa condizione di sospensione cromatica e che si accorda magistralmente con la sua ricerca artistica e iconologica dove i simboli, e le allegorie, diventano parte integrante della sua realtà pittorica.
Aniello Scotto ha sposato l’arte. Ne ha fatto la propria ragione di vita, sacrificandosi in una totale e incondizionata dedizione ad essa, attraverso un amore tanto forte da condurlo sull’orlo di un ipotetico e metaforico "baratro" in cui precipitare. Ma è una condizione solo potenziale perché l’artista sa benissimo che la propria ricerca è invece legata alla vita che, ovviamente, contiene anche frammenti premonitori di morte; ma è solo l’estrema consapevolezza di ciò che accadrà domani…in un lontano domani. L’artista sa benissimo che tale accadimento, e il suo pensiero, lo si può contrastare soltanto attraverso l’arte e l’amore per una donna; ma questa stessa presenza femminile può essere anche l’allegoria dell’arte, trasfigurata nel corpo sinuoso e invitante di una donna che si offre, che è capace di donare tutta se stessa al suo amato, capace di annullare la propria esistenza per il suo amato. Ma l’amato è capace di fare altrettanto? E’ capace di annullare se stesso per la propria amata? Ecco, allora, che in questo caso il fare arte può diventare un peso, una condizione di sofferenza da pagare in un gioco di rimandi a una condizione esistenziale che non trova apparenti soluzioni se non nella morte, vista anch’essa come metafora di un sacrificio che è insito in un’ancestrale condizione psichica che è propria dell’umanità: nel sottile e ambiguo gioco tra Eros e Thanatos, tra erotismo e morte, tra esperienza orgasmica ed esperienza estatica, tra esperienza artistica e quella estetica, tra ricerca del piacere e della vita e ripudio del dolore e della paura della morte. Siamo quindi in una dimensione psichica di "Sacrificium", inteso come prassi artistica, catartica. Ed è forse anche in questa dimensione, ma non solo, che si propongono le opere raccolte e presentate in mostra da Aniello Scotto, dove il più piccolo segno grafico, graffiato con mano sicura sulla lastra metallica, è il segno dell’anima che si eterna attraverso la fitta trama incisoria e dà luogo a immagini che appartengono al proprio tessuto cronologico di vita, al proprio vissuto in quanto uomo e artista. Sono opere che si manifestano nella contingenza spazio-temporale del nostro vivere contemporaneo e che noi percepiamo anche come momenti importanti di una manualità artistica che contiene un’antica sapienza e una dimensione visiva che si offre alle nostre coscienze, in un rinnovato rapporto tra artista e pubblico.
La trama incisoria e i modi artistici di Aniello sono frutto di una profonda conoscenza dell’arte del passato, con cromie che affondano le radici nella pittura del XVII secolo, da Caravaggio a Rubens, a Rembrandt. Ogni tanto riaffiorano antichi temi iconografici e significati iconologici, visti come motivi ricorrenti o occasionali nella sua arte. In questa occasione, per esempio, un motivo iconografico che si ripropone con icastica evidenza è quello del teschio umano, così caro alla tradizione iconografico-iconologica cristiana, soprattutto tra XV e XVII secolo, come simbolo di un’effimera esistenza dove tutto è vanità e l’unica certezza è la morte. Ma anche nell’arte di Aniello Scotto la presenza del motivo iconografico del teschio è legato a una concezione della morte che è presente fin dal primo istante di vita. La morte è vista come elemento naturale ed evento finale, conclusivo, che appartiene di diritto alla vita. Allo stesso modo il "faccia a faccia" dell’artista con la propria maschera "funebre" è la riproposizione ironica di un dialogo a distanza tra il presente e il futuro, tra ciò che si è e ciò che accadrà. Vi è la consapevolezza del proprio destino futuro e quella della memoria del proprio vissuto umano e artistico: è un modo, anche questo, per esorcizzare la presenza della morte, vista come evento che può in qualsiasi istante troncare la sequenzialità del tempo biologico di ogni persona. Il velo semitrasparente che avvolge le figure umane dei suoi dipinti può anch’esso essere letto come una sorta di cortina in cui l’imponderabile può irrompere nella vita in qualsiasi momento. E questa consapevolezza può essere fonte di tensioni psicologiche per l’artista, come un "peso impalpabile". Basta poco per rompere il velo. Ma l’artista non vuole che si rompa. La sottile nebbia che avvolge le sue figure è anche una sorta di "vernice" che blocca e congela le immagini: è come se le figure stesse vivessero in un’atmosfera "protetta", asettica, che li vorrebbe sottrarre al proprio destino, ibernandoli in atteggiamenti e momenti e pose che dovrebbero rimanere al di là del tempo, quasi come icone laiche di una sacralità antica, primordiale, che va oltre i riti e i miti della nostra complessa contemporaneità, pur facendone parte a pieno titolo. L’arte di Aniello Scotto è tensione continua, è ricerca sempre in bilico tra esperienza esistenziale ed esperienza artistica, dove vita e arte a volte sono poli opposti, inconciliabili, altre volte, invece, sono facce antinomiche di una medesima realtà che abbraccia e contiene la totalità vitale dell’artista. E’ chiaro da quanto testé detto che soltanto in parte la vita, il vissuto quotidiano dell’artista, può rispecchiarsi nella sua pittura, nella sua arte, nelle opere da lui stesso proposte al pubblico. Ma è anche chiaro che l’arte è comunque il frutto di una riflessione che in parte si basa sulle esperienze umane e professionali vissute nella vita quotidiana. E forse il senso dell’arte proposta da Aniello Scotto è racchiusa in questi poli così sfuggenti eppure così reciprocamente interagenti: egli non si ritiene mai pago dei risultati raggiunti, ma è sempre alla ricerca di nuove strade da percorrere per affermare il proprio mondo, la propria arte. In questo caso "Sacrificium" è: introspezione psicologica; matura consapevolezza di sé e del mondo; piena capacità, padronanza e maestria degli strumenti, dei mezzi e dei metodi del fare arte; ottima fruibilità dei contenuti delle sue opere da parte del pubblico. L’artista sa benissimo che quando un traguardo è stato raggiunto bisogna immediatamente procedere oltre, per raggiungerne altri, perché l’arte è vita e pertanto procede con i ritmi e i tempi e i luoghi che le appartengono. L’arte è un viaggio che dura una vita.